Cirillo di Gerusalemme: Il Padre nostro

Recitando poi la preghiera che il Salvatore lasciò ai suoi discepoli, diamo con pura coscienza a Dio il nome di Padre, dicendo: «Padre nostro che sei nei cieli».

O somma misericordia di Dio! A tal punto accorda perdono totale e comunione di grazia da farsi chiamare padre da chi l’ha abbandonato commettendo i più gravi peccati: nell’espressione «Padre che sei nei cieli», per cieli possiamo intendere anche gli uomini che portano in sé l’immagine dell’uomo celeste, in cui egli abita e con cui cammina.

Preghiamo: «Sia santificato il tuo nome». Il nome di Dio è per natura santo, sia che lo diciamo sia che non lo diciamo; poiché però tra i peccatori c’è chi talora lo profana, secondo il detto biblico: «Per causa vostra il mio nome è bestemmiato tra le genti», noi domandiamo che sia santificato il nome di Dio. Preghiamo così non già perché esso non sia santo o possa passare dal non essere santo ad essere santo, ma perché diventi santo in noi, che ci santifichiamo con opere degne della sua santità.

Venga il tuo regno! È dell’anima pura pregare con tutta libertà: «Venga il tuo regno». Può così pregare chi, avendo compreso le parole di Paolo: «Che il peccato non regni nel vostro corpo mortale», si sia conservato puro nelle opere, nei pensieri e nelle parole.

Preghiamo poi: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». Fare la volontà di Dio è proprio dei divini e santi angeli di Dio, secondo dice Davide nel salmo che canta: «Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli, potenti esecutori dei suoi comandi». Prega quindi con la stessa intensità, dicendo: «Come tra gli angeli si compie la tua volontà, Signore, così anche sulla terra essa sia fatta in me».

Dicendo: «Dacci oggi il nostro pane soprasostanziale», chiediamo non il pane che comunemente impastiamo, ma quello santo, soprasostanziale in quanto ordinato a sostentare la sostanza dell’anima. Esso non va a finire nel ventre per esserne poi espulso, ma va ad alimentare ogni tua struttura, dell’anima e del corpo, per l’oggi di cui parla Paolo che dà all’espressione «quotidiano» il senso di una durata «fino al tempo in cui dura quest’oggi»

Aggiungiamo: «E rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Commettiamo infatti tante colpe, in parole, in pensieri e in tante opere meritevoli di condanna; come dice Giovanni, «se diciamo di non aver peccato, mentiamo»! Pregando Dio che perdoni a noi come anche noi rimettiamo i debiti del prossimo, noi col Signore facciamo un patto di mutuo perdono, vantaggioso per noi. Commisurando l’utile che ne ricaviamo con quello che diamo in cambio, non c’è da esitare o tergiversare; perché le offese degli altri nei nostri riguardi sono ben poca cosa, leggere e veniali, rispetto alle colpe gravi da noi commesse contro Dio, imperdonabili se non intervenisse la sua misericordia. Bada dunque a te! Per avere ricevuto delle offese piccole e leggere, non chiudere la porta al perdono di Dio per i tuoi gravissimi peccati.

Quando poi il Signore ci insegna a pregare: «E non c’indurre in tentazione», vuole forse dirci di pregare perché non siamo mai tentati? Come mai allora altrove ha potuto dire: «Chi non ha avuto delle prove, poco conosce», e di nuovo: «Considerate, fratelli, perfetta letizia quando subite ogni sorta di prove»? Ma entrare in tentazione vuol dire forse esserne sommersi? No, la tentazione è come un torrente che è difficile attraversare: gli uni, lungi dal venirne sommersi, diventano attraversandolo, valenti nuotatori – quelli che non si fanno trascinare dalle tentazioni –; gli altri si comportano in maniera opposta, e appena entrati ne sono sommersi. Così per esempio Giuda, entrato in tentazione d’avarizia, non seppe nuotare e ne rimase sommerso, affogando materialmente e spiritualmente; Pietro invece, entrato in tentazione di rinnegamento, non se ne fece sommergere appena entrato, ma riuscì con coraggio a nuotare e a vincere la prova. Ascolta ancora un altro passo, dove il coro dei santi vittoriosi ringrazia Dio di essere scampato alla tentazione: «Dio, tu ci hai messo alla prova e ci hai passati al crogiuolo come l’argento; ci hai fatto cadere in un agguato e hai messo un peso ai nostri fianchi facendo cavalcare uomini sulle nostre teste; ci hai fatto passare per il fuoco e per l’acqua, ma poi ci hai sospinto verso il refrigerio». Vedi con quanta fiducia parlano, dal momento che hanno potuto subire i marosi della tentazione senza rimanerne sommersi? Dicono: «Tu ci hai sospinto verso il refrigerio». Giungere al luogo del refrigerio vuol dire essere stati liberati dalla tentazione.

Se l’espressione «non c’indurre in tentazione» fosse da intendere come preghiera di non essere tentati, Gesù non l’avrebbe concluso dicendo: «Ma liberaci dal maligno». L’avversario da cui preghiamo d’essere liberati è il maligno, il demonio. L’amen finale che chiude come con un sigillo l’orazione, vuol dire: «Si compia tutto quello che il Signore ci ha insegnato a chiedere in questa orazione».




Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

IL MONACHESIMO RUSSO TRA RINASCITA E COMUNISMO

24 ottobre – Memoria dei Venerabili Anziani di Optina

Fonte: foma.ru

In questo giorno, la Chiesa russa onora la memoria di tutti gli anziani Optina. Ma quali di essi ricordiamo veramente? Ebbene, forse, Sant’Ambrogio, in gran parte a causa dell’impressione che fece su Dostoevskij e Tolstoj. Anche se, per essere onesti, Dostoevskij non fu meno ispirato dall’esempio di San Tikhon di Zadonsk, e Tolstoj fu ispirato dalla comunicazione con l’anziano Joseph, che divenne il confessore di Optina dopo la morte di Ambrogio, e l’anziano Barsanuphius andò alla stazione di Astapovo con un offrirsi di accettare la sua confessione morente.

Da dove venivano gli anziani della Rus’?

Nel X secolo, insieme al cristianesimo, anche la Rus’ adottò l’esperienza spirituale degli antichi eremiti egiziani, che il monachesimo bizantino moltiplicò per 1000 anni. Ma nel XVI secolo, per ragioni esterne ed interne, questa scuola spirituale cominciò gradualmente ad essere dimenticata. E nel XVIII secolo, grazie ai decreti di Pietro I, Anna Ioannovna e Caterina II, i monasteri furono completamente spopolati. Solo gli anziani e i malati vi vivevano la vita, e talvolta tutti “si scatenavano” e il monastero veniva chiuso.

Una relazione sinodale afferma: “Ci sono pochissimi monaci nei monasteri e, tra quelli disponibili, molti sono completamente incapaci di servire nel sacerdozio e in altre obbedienze monastiche”. Gli abati consideravano la loro posizione una fonte di reddito e l’ubriachezza divenne una piaga comune…

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo
Processione religiosa rurale per Pasqua. V.Perov, 1861

Il monachesimo cessò di essere un ideale: gli strati superiori della società furono trascinati dalle idee dell’Illuminismo portate dall’Occidente e tutti i tipi di sette si diffusero tra la gente comune. Nel 1796, l’abate del monastero di Valaam, Nazarius, si lamentò del vagabondaggio generale dei monaci. E il metropolita Gabriele di San Pietroburgo fu costretto a ordinare ufficialmente “che i monaci non vagassero per i cortili”.

Ma fu allora, a metà del XVIII secolo, che in Russia iniziò una rinascita spirituale, alle cui origini c’erano due forti personalità: l’archimandrita Paisy Velichkovsky, che fece rivivere l’antico insegnamento monastico sulla preghiera spirituale, e il metropolita Gabriel (Petrov), che prese sotto la sua tutela i monasteri dove il suo insegnamento poteva diventare base della vita monastica. E tra questi, uno dei primi fu il Santo Eremo di Vvedenskaya Kozelskaya Optina.

Anziani di Optina: chi sono?

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Il monaco Leone divenne il primo anziano Optina. Dopo aver completato la scuola monastica nel monastero di Cholna con l’anziano Theodore, uno studente di Paisius Velichkovsky, che fece rivivere l’antica esperienza ascetica basata sui manoscritti trovati sul Monte Athos, arrivò a Optina Pustyn nel 1829 con sei studenti e presto divenne il confessore del monastero. L’anzianità di padre Leo durò 12 anni e portò grandi benefici: i suoi studenti glorificarono Optina e costrinsero molti in Russia a scoprire un’Ortodossia completamente diversa, che loro, battezzati dalla nascita, a quanto pare, non conoscevano.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Il monaco Macario frequentò anche la scuola monastica con uno studente di Paisius Velichkovsky, l’anziano Atanasio, nell’eremo di Ploshchanskaya, e trasferendosi ad Optina nel 1834, divenne uno studente spirituale dell’anziano Leone. Fu attraverso le sue opere che intorno al monastero fu creata un’intera galassia di editori e traduttori di letteratura spirituale, di cui la Russia ortodossa aveva tanto bisogno, e il legame tra gli anziani Optina e l’intellighenzia russa fu rafforzato.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Il Monaco Mosè, chiamato ad Optina per creare il monastero di San Giovanni Battista, divenne presto l’igumeno del monastero stesso, e da quel momento iniziò la sua crescita spirituale e la sua gloria. Fu sotto di lui che nacque la figura dello staretz nell’Eremo di Optina: fu lui a invitare l’anziano Leone al monastero, a nominare l’anziano Macario confessore dei fratelli, e sotto di lui il futuro anziano Ambrogio frequentò la scuola teologica con gli anziani come novizio  Durante il suo servizio, il monastero pubblicò 16 volumi di letteratura patristica. Optina Pustyn – il titolo con cui è passata alla storia – è il frutto delle sue fatiche.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Il monaco Antonio , il fratello minore del monaco Mosè, venne con lui all’Optina Pustyn nel 1821 per fondare un luogo di ritiro appartato nel monastero. E nel 1825, dopo che suo fratello fu nominato igumeno del monastero, fu nominato a capo del suo monastero e iniziò a radunarvi padri saggi nella vita monastica e forti nelle azioni spirituali. In vecchiaia, affetto da una grave malattia, l’anziano Antonio intensificò il suo ascetismo e accettò lo schema.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Anche prima della tonsura, sant’Ilarione stava cercando un monastero in cui sarebbe voluto rimanere per il resto della sua vita e, dopo aver visitato molti monasteri, scelse Optina Pustyn. Qui trovò anche gli anziani maestri di vita spirituale: Leone e Macario, presso i quali rimase come assistente di cella per 20 anni, fino alla sua morte nel 1860. Prima della sua morte, l’anziano Macario benedisse Ilarione affinché intraprendesse il servizio di anziano e tre anni dopo divenne il capo del monastero e il confessore generale del monastero. Portò questa obbedienza per 10 anni. L’anziano conosceva in anticipo il giorno della sua morte e prese lo schema sei mesi prima.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Il Venerabile Ambrogio, discepolo degli anziani Leone e Macario, assistente di quest’ultimo nell’editoria. Grazie al suo talento spirituale unico, durante il suo servizio fece di Optina Pustyn il centro spirituale di tutta la Russia. Dallo scrittore di Pietroburgo Dostoevskij alla vecchia contadina andarono da lui per chiedere consiglio e pregare. Il filosofo Vasily Rozanov ha scritto di lui: “Tutti si innalzano nello spirito solo guardandolo (…) Le persone con più principi lo hanno visitato e nessuno ha detto nulla di negativo. L’oro è passato attraverso il fuoco dello scetticismo e non si è offuscato”.

Per più di 30 anni Ambrogio compì l’impresa di anziano e prima della sua morte si occupò anche del monastero femminile di Shamordino, a 12 verste da Optina.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Il monaco Anatoly il Vecchio (Zertsalov) venne a Optina Pustyn come voto, essendo stato guarito dalla tisi. L’anziano Macario divenne dapprima il suo padre spirituale e, dopo la sua morte, l’anziano Ambrogio, che per primo mandò Anatoly all’albergo del monastero per consolare le persone in lutto, poi iniziò ad addestrarlo come assistente e nel 1874 lo benedisse per accettare l’incarico di igumeno del monastero. Quando morì, gli affidò la guida spirituale del monastero di Shamordino.

Lo stesso monaco Ambrogio testimoniò del grande potere della preghiera dell’anziano Anatoly: “Gli furono date tali preghiera e grazia come quelle che vengono date a uno su mille”. E prendeva così da vicino il dolore degli altri che la testa e il cuore cominciarono a dolergli. Con poche parole sapeva come consolare un’anima addolorata, avvertire attentamente delle prove imminenti e prepararsi alla morte imminente. Sopravvisse all’anziano Ambrogio di soli 2 anni.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Il monaco Isacco (Antimonov) arrivò a Optina già un uomo maturo, all’età di 37 anni. Divenne novizio dell’anziano Macario e lui, morente, lo consegnò all’anziano Ambrogio. E nel 1862, dopo la morte del rettore del monastero, l’anziano Mosé, padre Isacco divenne il suo successore per più di 30 anni. Sotto di lui, il monastero divenne uno dei monasteri più prosperi della Russia. Sotto di lui furono rafforzate le tradizioni degli staretz e di stretta obbedienza ai confessori di tutti i fratelli, indipendentemente dal grado e dalla posizione gerarchica. Isacco sopravvisse al suo anziano solo 3 anni.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Il monaco Giuseppe venne dagli anziani ad Optina su consiglio di sua sorella-monaca e fu assegnato come assistente di cella all’anziano Ambrogio. Col passare del tempo, iniziò sempre più a inviare visitatori a Giuseppe per chiedere consiglio e, dopo la morte dell’anziano, assunse le responsabilità di igumeno del monastero, confessore dei fratelli Optina e delle sorelle di Shamordin. Per dodici anni esercitò questa obbedienza, finché nel 1905 si indebolì a causa di una malattia. L’anziano Giuseppe morì nel 1911, sorprendendo tutti i presenti al funerale con il fatto che anche nella bara la sua mano era morbida e calda, come quella di una persona vivente.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Il monaco Barsanufio ebbe una brillante carriera militare fino all’età di 46 anni. Quando il colonnello Pavel Plikhankov, dopo aver letto un articolo sull’anziano Ambrogio in una rivista, venne per la prima volta a Optina, l’anziano gli disse: “Vieni tra due anni, ti riceverò”. Quando si dimise due anni dopo, i suoi conoscenti dissero: “È pazzo!” Che uomo era!” Nel 1892 fu iscritto alla confraternita dello Skete di San Giovanni Battista e divenne novizio prima dell’anziano Anatoly e poi dell’anziano Giuseppe.

Nel 1903 fu nominato assistente dell’anziano e confessore dell’eremo femminile di Shamordin; durante la guerra russo-giapponese fu inviato al fronte come sacerdote; e al suo ritorno fu nominato capo del monastero. Nel 1910 fu lui a recarsi alla stazione di Astapovo per confessare e dare la comunione a Leone Tolstoj, che lì stava morendo, ma i parenti non permettevano all’anziano di vedere lo scrittore.

Nel 1912, l’anziano Barsanufio fu nominato igumeno del monastero dell’Epifania di Staro-Golutvin, ma non poté sopportare la separazione da Optina e morì un anno dopo.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Anche il monaco Anatoly il Giovane (Potapov) venne a Optina Pustyn da adulto, all’età di 30 anni. Era l’assistente di cella dell’anziano Ambrogio, studiò per molti anni l’arte del sacerdozio e quando gli anziani Giuseppe e Barsanufio morirono, continuò il loro lavoro. La gente comune andava da lui in folla con le loro preoccupazioni e lamentele, dolori e malattie. L’anziano riceveva tutti, a volte senza nemmeno andare a letto.

Prima della rivoluzione scrisse: “Ci sarà una tempesta. E la nave russa verrà distrutta. Ma le persone si risparmiano su trucioli e detriti. Non tutti periranno (…) E poi verrà rivelato un grande miracolo di Dio, e tutti i frammenti e i pezzi saranno raccolti e uniti, e la grande nave apparirà di nuovo in tutta la sua gloria! E seguirà il percorso tracciato da Dio”.

Dopo la rivoluzione, l’anziano Anatoly fu arrestato, ma, considerato affetto da tifo, fu portato in ospedale, da dove fu tranquillamente rilasciato, lasciandolo vivere nel territorio del monastero. E il 29 luglio 1922, quando una commissione della GPU venne a prenderlo al monastero, l’anziano malato chiese di essere lasciato nel monastero per un giorno “per prepararsi”. La mattina dopo fu trovato morto.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Il monaco Nektarios fu l’ultimo anziano eletto conciliarmente nell’Eremo di Optina. Era uno studente degli anziani Anatoly (Zertsalov) e Ambrogio. Sotto la loro guida, mostrò presto il dono della chiaroveggenza, che nascose sotto la maschera della follia. Nel 1912 i fratelli lo elessero anziano.

Dopo la chiusura del monastero nel 1923, l’anziano Nektarios fu arrestato e quando i suoi figli spirituali riuscirono a salvarlo dalla prigione, si stabilì con uno di loro nel villaggio di Kholmishchi. Ma anche lì la gente andava da lui in cerca di consolazione e consiglio. Morì nel 1928, avendo vissuto fino all’età di 75 anni.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Il monaco Nikon il Confessore entrò in Optina nel 1907 e presto divenne servitore e discepolo dell’anziano Barsanufio, il quale, prevedendo il suo alto destino, lo preparò a essere il suo successore, trasmettendogli la sua esperienza spirituale e di vita.

Quando Optina fu chiusa dopo la rivoluzione, i monaci crearono un “artel agricolo”. Le funzioni religiose sono continuate. Ma iniziò la persecuzione.

Nikon fu arrestato per la prima volta il 17 settembre 1919, ma fu presto rilasciato. Nell’estate del 1923 il monastero fu definitivamente chiuso; i fratelli, ad eccezione di venti operai del museo, furono cacciati in strada. Il rettore, l’anziano Isacco, dopo aver servito l’ultima liturgia nella chiesa di Kazan, consegnò le chiavi a Nikon e lo benedì per servire e accogliere i pellegrini per la confessione. Quindi Nikon diventò l’ultimo anziano di Optina.

Espulso dal monastero nel giugno 1924, si stabilì a Kozelsk, prestò servizio nella chiesa dell’Assunzione, ricevette persone, adempiendo al suo dovere pastorale. Fu arrestato nel giugno 1927 e trascorse tre anni nel campo di Kemperpunkt. Poi venne l’esilio nella regione di Arkhangelsk. A quel tempo, padre Nikon era malato di tubercolosi e morì nel 1931 nel villaggio di Valdokurye. Dodici sacerdoti in esilio si riunirono per la sua sepoltura, cantarono e lo seppellirono secondo i riti monastici.

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Il monaco Isacco (Bobrakov), un santo martire, arrivò a Optina da giovane di 19 anni, divenne novizio dell’anziano Isacco (Antimonov) e 29 anni dopo, nel 1913, i fratelli anziani lo elessero rettore. La “Cronaca dello Skete” dice che Sant’Isacco prese parte al Concilio della Chiesa di Tutta la Russia del 1917.

Nella primavera del 1923, il monastero passò sotto la giurisdizione statale come monumento storico: il Museo Optina Pustyn. Padre Isacco e i fratelli, lasciando il monastero con grande dolore, si stabilirono in appartamenti a Kozelsk.

E nel 1929, un’ondata di nuovi arresti di “membri di chiesa” colpì il paese. Tutti i monaci Optina furono arrestati e imprigionati nella prigione di Kozel, poi trasferiti nella prigione di Sukhini e da lì a Smolensk.

Nel 1930, l’anziano Isacco fu esiliato nella regione di Tula, nella città di Belev, e nel 1932 fu nuovamente arrestato – tra gli accusati nel caso del “monastero sotterraneo presso la chiesa di San Nicola nell’insediamento cosacco”. dove “l’elemento monastico” svolgeva “attività controrivoluzionarie tra la popolazione e diffondeva voci evidentemente provocatorie sulla discesa dell’Anticristo sulla terra”. Nel 1937 furono arrestate circa 300 persone. L’anziano Isacco, insieme al resto degli accusati, è stato sottoposto all’intero programma di tortura dell’NKVD, ma non sono riusciti a ottenere una confessione. Il 30 dicembre la “troika” dell’NKVD condannò a morte tutti gli imputati e l’8 gennaio 1938, il secondo giorno di Natale, la sentenza fu eseguita.

***

Anziani Optina: volti della rinascita del monachesimo russo

Eppure, anche se abolita e profanata, Optina Pustyn – attraverso le preghiere dei suoi anziani – per tutto il XX secolo è rimasta per tutti i credenti ortodossi “un santuario nascosto”. Per poi diventare nuovamente il centro della rinascita in Russia dell’antica tradizione degli staretz.




LA SINODALITA’ NELLA CHIESA APOSTOLICA

Partendo dalle parole scritte dal Santo Cirillo, Vescovo di Gerusalemme, nella sua diciassettesima catechesi rivolta ai catecumeni. vediamo come egli descriva il ruolo di Pietro, degli Apostoli e del Santo Spirito nella risoluzione di problemi dogmatici e di ortoprassi.

Nel paragrafo 27 della 17^ Catechesi, così San Cirillo definisce l’Apostolo Pietro: “In virtù del medesimo Spirito Santo operò anche Pietro, posto a capo degli apostoli e a custodia delle chiavi del regno dei cieli”.

E’ dunque proprio di ogni sana teologia ortodossa considerare l’uomo Cefa come l’Apostolo Pietro, il primo e a capo degli Apostoli, detentore delle chiavi del Regno dei Cieli. Diversa è l’operazione postuma per cui lo stesso Pietro è divenuto con il tempo capostipite dei soli Vescovi che risiederanno in Roma, Capitale dell’Impero. Questa primazia apostolica – e sappiamo cosa Gesù insegna su chi vuole essere primo nella Chiesa – venne trasformata in primazia di comando: l’infallibilità propria del Santo Spirito fu trasferita all’Apostolo e quindi ai suoi successori. Vediamo.

Pietro, come sappiamo, aprì la porta della predicazione ai pagani, fatto inconsueto per persone di stirpe ebraica. Lo stesso Apostolo ebbe molte difficoltà umane per comprendere e accettare questa apertura tanto che il Signore dovette anticiparla con la nota visione della tovaglia piena di animali impuri che comandò di mangiare e lo stesso San Paolo dovette in merito redarguirlo nella storica diatriba. Per questo motivo il Signore dovette dire a Pietro, a modo di catechesi di preparazione all’incontro con il pagano Cornelio: “Non considerare impuro ciò che Dio ha purificato” (At 10,15) e dovette anche anticipare la discesa del Santo Spirito, prima ancora che quelle persone fossero battezzate.

«Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso; e i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, davano in esclamazioni meravigliati e stupiti che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo». (At 10,44)

Proprio per questa difficoltà tutta giudaica:

“Gli apostoli e i fratelli che si trovavano nella Giudea vennero a sapere che anche gli stranieri avevano ricevuto la Parola di Dio. E quando Pietro salì a Gerusalemme, i credenti circoncisi lo contestavano, dicendo: «Tu sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato con loro!» (At 11,1-3).

Vediamo, quindi, come il capo infallibile della Chiesa nascente venga contestato addirittura da semplici credenti di stirpe ebraica. Ma continuiamo il racconto. L’apertura della predicazione ai pagani fece molti proseliti nella città di Antiochia.

“Vedendo abbondante ad Antiochia la massa di credenti in Cristo, [Barnaba] vi fece venire Paolo di Tarso perché gli desse una mano nella comune battaglia. E quando essi ebbero istruite e aggregate in comunità le masse dei discepoli, avvenne il fatto che «ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani». Era un nome nuovo benché preannunziato dal Signore; perciò credo ci sia stato l’intervento dello Spirito Santo”. (dalla Catechesi 17^)

A lungo il problema della predicazione e del battesimo dei pagani tenne banco nella Chiesa nascente. Infatti creava disagio ai credenti ebrei il fatto che i pagani non fossero soggetti alle pratiche antiche della religione giudaica. Così spiega questa diatriba il Vescovo di Gerusalemme Cirillo:

“Il medesimo Spirito Santo, che ha stabilito in accordo col Padre e col Figlio una nuova alleanza con la Chiesa cattolica, ci ha anche resi liberi dai pesi insopportabili della Legge, dico da quelli che riguardavano l’astensione dagli alimenti profani e impuri, le prescrizioni dei sabati, dei noviluni, della circoncisione, delle aspersioni e dei sacrifici. Erano prescrizioni valevoli un tempo, che adombravano i beni futuri; ma giustamente soppresse, una volta subentrata all’ombra la verità. Essendo stata tale questione agitata ad Antiochia da quelli che dicevano necessarie la circoncisione e le costumanze mosaiche, furono mandati a dirimerla Paolo e Barnaba. Ma furono gli apostoli della nostra Gerusalemme che mandando una loro lettera liberarono tutto il mondo da ogni osservanza legale e tipologica”.

Nata le questione intorno alla legge mosaica e alle sue prescrizioni, risultava urgente trovare una soluzione condivisa. In questo frangente non ci si appellò direttamente a San Pietro che prima è stato qualificato dallo stesso Cirillo come “capo degli apostoli e custode delle chiavi del Regno dei Cieli”. Si rese urgente un incontro nella comunità Madre di Gerusalemme.

“Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: «Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi». Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri di loro andassero a Gerusalemme dagli Apostoli e dagli Anziani per tale questione. […] Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli Apostoli e dagli Anziani e riferirono tutto ciò che Dio aveva compiuto per mezzo loro”. (At 15,1)

Alla fine dell’assemblea in quel di Gerusalemme, lo stesso Cirillo dice che furono gli Apostoli, sempre collegialmente, ad inviare una lettera per risolvere lo scontro, ma vendiamo a chi intesta la decisione di questo primo concilio:

“e non se ne arrogarono per altro essi [gli Apostoli] l’autorità, ma proclamarono con uno scritto inviato per lettera: «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia». Così dichiararono senza ambiguità che, seppure le parole erano state scritte da uomini del livello degli apostoli, la prescrizione era data al mondo dallo Spirito Santo. In questo senso la intesero Barnaba e Paolo con tutta la comunità, e in tal senso fu convalidata dall’uso di tutta la terra”. (dalla Catechesi 17^)

Per altro, queste uniche prescrizione imposte ai credenti provenienti dal paganesimo erano state suggerite durante l’assemblea da Giacomo, l’allora Vescovo della Chiesa Madre di Gerusalemme:

“Quand’essi ebbero finito di parlare, Giacomo aggiunse: «Fratelli, ascoltatemi. Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome. Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto:

Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide che era caduta; ne riparerò le rovine e la rialzerò, perché anche gli altri uomini cerchino il Signore e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, dice il Signore che fa queste cose da lui conosciute dall’eternità.

Per questo io ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani, ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue. Mosè infatti, fin dai tempi antichi, ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe». (At 15,13-21)

Così si risolse la diatriba intorno alla conversione dei pagani, “lo Spirito Santo”, prima “e noi” anche e mai viceversa. Gesù Cristo è a Capo della Chiesa e la governa per il tramite del Santo Spirito. In epoche razionalistiche ed intellettualistiche come la nostra, questa realtà è troppo dura da digerire, all’esterno ma anche all’interno della Chiesa Universale.




Settimo Concilio Ecumenico: Nicea II 786 d.C.

DEFINIZIONE

Il santo, grande e universale concilio, per grazia di Dio e per decreto dei pii e cristiani nostri imperatori Costantino ed Irene, sua madre, riunito per la seconda volta nella illustre metropoli di residenza imperiale, nel tempio della santa e inviolata Theotokos e sempre vergine Maria, seguendo la tradizione della chiesa cattolica, definisce quanto segue.

Satana ha fuorviato gli uomini, in modo che venerassero la creatura invece del Creatore. La Legge Mosaica e i Profeti hanno cooperato per annullare questa rovina; ma per salvare l’umanità, Dio ha mandato il suo Figlio, che ci ha allontanato dall’errore e dall’adorazione degli idoli, e ci ha insegnato l’adorazione di Dio in spirito e in verità. Come messaggeri della sua dottrina di salvezza ci ha lasciato i suoi Apostoli e discepoli, e questi hanno adornato la Chiesa, la sua Sposa, con le sue gloriose dottrine. Questo ornamento della Chiesa i santi Padri e i sei Concili Ecumenici hanno conservato inviolato.

Cristo, nostro Dio, ci fece dono della sua conoscenza e ci liberò dalle tenebre e dal furore degli idoli. E dopo aver fatta sua sposa la sua Chiesa, senza macchia e senza ruga promise di conservarla e confermò questa promessa dicendo ai suoi discepoli Io sono con voi ogni giorno, fino alla fine dei secoli. Ma questa promessa egli non la fece solo a loro ma anche a noi, che attraverso loro abbiamo creduto nel suo nome.

Alcuni, dunque, incuranti di questo dono, come se avessero ricevuto le ali dal nemico ingannatore, hanno deviato dalla retta ragione opponendosi alla Tradizione della Chiesa Cattolica, hanno riportato l’idolatria sotto l’apparenza del cristianesimo e non hanno più raggiunto la conoscenza della verità. E, come dice il proverbio, sono andati errando per i viottoli, del proprio campo e hanno riempito le loro mani di sterilità; hanno tentato, infatti, di screditare le immagini dei sacri monumenti dedicati a Dio; sacerdoti, certo, di nome, ma non nell’essenza. Di questi il Signore dice cosi nella profezia: Molti Pastori hanno devastato la mia vigna; hanno contaminato la mia parte, seguendo, infatti, uomini scellerati, e trascinati dalle loro passioni, hanno accusato la santa Chiesa, sposata a Cristo Dio, e non distinguendo il sacro dal profano, hanno messo sullo stesso piano le immagini di Dio e dei suoi santi e le statue degli idoli diabolici.

Come allora Cristo armò i suoi Apostoli contro l’antica idolatria con la potenza dello Spirito Santo, e li mandò in tutto il mondo, così egli ha risvegliato contro la nuova idolatria i suoi servi, i nostri fedeli imperatori, e li ha dotati della sua stessa saggezza dello Spirito Santo. Spinti dallo Spirito Santo, essi non potevano più essere testimoni della distruzione della Chiesa a causa dell’inganno dei demoni, e convocarono l’assemblea santificata dei Vescovi amati da Dio, per istituire in un Concilio un esame scritturale sulla teologia ingannevole delle immagini, che trascina lo spirito dell’uomo dall’adorazione alta di Dio all’adorazione bassa e materiale della creatura: tutto ciò perché la divina Tradizione della Chiesa Cattolica riuscisse rafforzata da un voto comune. Dopo indagini, quindi, e discussioni scrupolosissime, con l’unico scopo di seguire la verità, noi né togliamo né aggiungiamo cosa alcuna; vogliamo solo conservare intatto tutto ciò che è proprio della Chiesa Cattolica. Osservanti, perciò, dei santi sei Concili Ecumenici, e specialmente di quello che fu tenuto nella nobile e grande città dei Niceni; e di quello celebrato dopo di esso nella città imperiale, cara a Dio, che decretarono che:

Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e di quelle invisibili: e in un solo Signore Gesù Cristo, Figlio unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli, luce da luce, Dio vero da Dio vero; generato, non creato, consustanziale al Padre, per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose. Per noi uomini e per la nostra salvezza egli discese dal cielo, e per opera del Santo Spirito si è incarnato nel seno della vergine Maria, e divenne uomo. Fu
crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, fu sepolto e risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture, salì al cielo, sedette alla destra del Padre: verrà nuovamente nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine. E nello Spirito, che è Santo, Signore, Vivifico [datore di vita], che procede dal Padre; che col Padre e col Figlio deve essere adorato e glorificato, ed ha parlato per mezzo dei Profeti. E alla Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per la remissione dei peccati e aspettiamo la resurrezione dei morti, e la vita del secolo futuro. Amin.

Detestiamo e anatematizziamo Ario ed i suoi seguaci, e quelli che hanno in comune con lui la sua insana dottrina; cosi pure Macedonio ed i suoi, ben a ragion chiamati “pneumatomachi”, cioè gente che combatte lo Spirito. Confessiamo anche la signora nostra, la santa Maria, come vera e propria madre di Dio: essa, infatti, ha partorito nella sua carne una persona della Trinità, Cristo, nostro Dio, come ha insegnato anche il primo concilio di Efeso, che scacciò dalla chiesa l’empio Nestorio, e quelli che ne seguono il pensiero, perché introducevano un dualismo di persone (in Cristo). Confessiamo inoltre anche le due nature di colui che si è incarnato per noi dall’intemerata Madre di Dio e sempre vergine Maria, riconoscendo in lui un perfetto Dio e un perfetto uomo, come ha proclamato anche il concilio di Calcedonia, scacciando dalla chiesa Eutiche e Dioscoro, blasfemi. Accomuniamo ad essi Severo, Pietro, e il grandemente blasfemo loro codazzo, intrecciati l’uno all’altro. Con essi anatematizziamo le favolose invenzioni di Origene, di Evagrio, e di Didimo, come fece anche il quinto concilio riunito a Costantinopoli. Predichiamo, inoltre, in Cristo due volontà e due operazioni, secondo la proprietà delle nature, come solennemente dichiarò il sesto sinodo di Costantinopoli, sconfessando Sergio, Onorio, Ciro, Pirro, Macario, negatori della pietà, e i loro accoliti. Noi intendiamo custodire gelosamente intatte tutte le tradizioni ecclesiastiche, sia scritte che orali. Una di queste, in accordo con la predicazione evangelica, è la pittura delle immagini, che giova senz’altro a confermare la vera – e non frutto di fantasia – incarnazione del Verbo di Dio, e ha una simile utilità per noi infatti, le cose, che hanno fra loro un rapporto di somiglianza, hanno anche senza dubbio un rapporto scambievole di significato.

In tal modo, procedendo sulla via regia, seguendo in tutto e per tutto l’ispirato insegnamento dei nostri santi padri e la tradizione della Chiesa Cattolica riconosciamo, infatti, che il santo Spirito abita in essa noi definiamo con ogni accuratezza e diligenza che, a somiglianza della preziosa e vivificante Croce, le venerande e sante immagini sia dipinte che in mosaico, di qualsiasi altra materia adatta, debbono essere esposte nelle sante Chiese di Dio, nelle sacre suppellettili e nelle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie; siano esse l’immagine del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quella della intemerata Signora nostra, la santa Madre di Dio, degli angeli degni di onore, di tutti i santi e pii uomini. Infatti, quanto più continuamente essi vengono visti nelle immagini, tanto più quelli che le vedono sono portati al ricordo e al desiderio di quelli che esse rappresentano e a tributare ad essi rispetto e venerazione. Non si tratta, certo, secondo la nostra fede, di un vero culto di latria, che è riservato solo alla natura divina, ma di un culto simile a quello che si rende alla immagine della preziosa e vivificante croce, ai santi evangeli e agli altri oggetti sacri, onorandoli con l’offerta di incenso e di lumi, com’era uso presso gli antichi. L’onore reso all’immagine, infatti, passa a colui che essa rappresenta; e chi adora l’immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto.

In tal modo si rafforza l’insegnamento dei nostri santi Padri, ossia la tradizione della Chiesa Cattolica, che ha accolto il Vangelo da un confine all’altro della terra; in tal modo siamo seguaci di Paolo, del divino collegio Apostolico, e della santità dei Padri, tenendoci stretti alle tradizioni che abbiamo ricevuto; così possiamo cantare alla Chiesa gli inni trionfali dei profeti: rallegrati molto, figlia di Sion, esulta figlia di Gerusalemme; godi e gioisci, con tutto il cuore; il Signore ha tolto di mezzo a te le iniquità dei tuoi avversari, sei stata liberata dalle mani dei tuoi nemici. Dio, il tuo re, è in in mezzo a te; non sarai più oppressa dal male, e la pace porrà in te la sua dimora in eterno.

Dopo aver abrogato la definizione falsamente detta dello pseudo-concilio tenutosi durante il regno di Costantino il Copronimo a Blachernae, con i Diaconi Epifanio e Giovanni che la leggevano; e dopo aver proclamato San Germano, e Giovanni Damasceno, e Giorgio Cipriota Ortodossi e Santi, ha emesso una definizione formulata come segue:

«Definiamo la regola con tutta l’accuratezza e la diligenza, in modo non dissimile da quello che si addice alla forma della preziosa e vivificante Croce, che le venerabili e sante icone, dipinte o a mosaico, o fatte di qualsiasi altro materiale adeguato, siano collocate nelle sante chiese di Dio su vasi e paramenti sacri, muri e pannelli, case e strade, sia del nostro Signore e Dio e Salvatore Gesù Cristo, sia della nostra intemerata Signora la santa Theotokos e anche dei preziosi Angeli, e di tutti i Santi. Quanto più frequentemente e spesso vengono visti nella rappresentazione pittorica, tanto più coloro che li osservano vengono ricordati e portati a visualizzare di nuovo il ricordo degli originali che rappresentano e per i quali, inoltre, suscitano anche un desiderio nell’anima delle persone che osservano le icone. Di conseguenza, tali persone sono spinte non solo a baciarle e a render loro l’adorazione onoraria, ma soprattutto sono pervase dalla vera fede che si riflette nella nostra adorazione che è dovuta solo a Dio e che si addice solo alla natura divina (l’adorazione è definita da San Basilio il Grande come un culto intenso e continuativo, che non si discosta dall’oggetto adorato). Ma questo culto deve essere dato nel modo suggerito dalla forma della preziosa e vivificante Croce, e dai santi Vangeli, e dal resto delle sacre istituzioni, e l’offerta d’incenso, e di candele allo scopo di onorarli, proprio come era consuetudine fare tra gli antichi per manifestare la pietà. Poiché ogni onore reso all’icona (o all’immagine) si riversa sull’originale, e chi si inchina in adorazione davanti all’icona, si inchina allo stesso tempo in adorazione alla persona (o ypòstasi) di chi in essa è raffigurato. Perché così era la dottrina dei nostri Santi Padri e la Tradizione della Chiesa universale».

ANATEMI RIGUARDO ALLE SACRE IMMAGINI

Se qualcuno non ammette che Cristo, nostro Dio, possa esser limitato, secondo l’umanità, sia anatema.
Se qualcuno rifiuta che i racconti evangelici siano rappresentati con disegni, sia anatema.
Se qualcuno non venera queste [immagini], [fatte] nel nome del Signore e dei suoi Santi, sia anatema.
Se qualcuno rigetta ogni tradizione ecclesiastica, sia scritta che non scritta, sia anatema.

CANONI

I. Bisogna osservare in tutto i sacri canoni.

Quelli che hanno la dignità del sacerdozio, hanno il criterio costituito dalle testimonianze e dalle indicazioni delle prescrizioni canoniche. Noi le accettiamo con gioia, e cantiamo con Davide divinamente ispirato, dicendo a Dio: Mi sono dilettato dei tuoi comandamenti, come di ogni ricchezza. E hai emanato i tuoi comandamenti con giustizia in eterno; dammene l’intelligenza e vivrò. Se, dunque, la voce dei profeti ci comanda di osservare in eterno i comandamenti di Dio, e di vivere in essi, è chiaro che essi devono rimanere intatti e stabili. Anche Mosè, infatti, che vide Dio, dice cosi: In essi non vi è nulla da aggiungere e nulla da togliere (Dt 12,32). E il divino apostolo Pietro, gloriandosi in essi, grida: In essi gli angeli desiderano ardentemente di volgere lo sguardo (1 Pt 1,12); e Paolo: Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema (Gal 1,8).

Convinti di ciò ne facciamo professione e ce ne rallegriamo come i soldati rallegrano di abbondanti spoglie, gioiosamente accogliamo nel nostro cuore i divini canoni, e conserviamo integre e certe le loro prescrizioni, sia quelle emanate dai lodevolissimi Apostoli, trombe dello Spirito, che quelle dei sei Concili Ecumenici, dei Concili locali e quelli dei nostri santi Padri. Da tutti questi uomini, illuminati, infatti, da un solo e medesimo Spirito, sono state prescritte regole che sono per la nostra utilità. Sicché quelli che essi hanno anatematizzato lo sono anche per noi; quelli deposti lo sono anche per noi; quelli giudicati degni di scomunica, lo sono anche per noi; quelli sottoposti a pene, lo sono anche per noi allo stesso modo. Il vostro modo di vivere non sia amante del denaro, ma contentatevi di quanto avete (Eb 13,5): cosi esclama con chiara voce il divino Paolo, colui che sali al terzo cielo e ascoltò parole indicibili. (2 Cor 12,2-4)

II. Chi viene ordinato vescovo prometta di osservare i sacri canoni, altrimenti non deve essere ordinato.

Poiché cantando i salmi promettiamo a Dio: Mediterò i tuoi comandamenti; non dimenticherò le tue parole (Sal 118,16), è certamente doveroso che ogni cristiano osservi tutto ciò; ma in modo particolare coloro che hanno conseguito la dignità sacerdotale. Stabiliamo, perciò, che chiunque sia promosso all’episcopato, debba conoscere a memoria il Salterio, sicché possa ammonire tutto il clero, che da lui dipende, a istruirsi allo stesso modo. Il Metropolita indaghi diligentemente l’ordinando se egli legge volentieri, e non di corsa, ma con attenzione sia i sacri Canoni e il santo Vangelo, sia il libro del divino Apostolo, e tutta la sacra Scrittura; e se si comporta secondo i divini precetti, e istruisce cosi il suo popolo. Le parole divine, ossia la vera conoscenza delle sacre Scritture, sono l’essenza, infatti, del nostro sacerdozio, come afferma il grande Dionigi (DIONIGI AEROPAGITA, Hierarchia coelestis, 1, 4 [PG 3, 389]). Che se egli non fosse d’accordo, e non fosse disposto a comportarsi e ad insegnare cosi, non sia ordinato. Dice, infatti, Dio per mezzo dei profeti: Tu hai respinto la scienza, io respingerò te, perché tu non sia mio sacerdote (Os 4,6).

III. I principi non devono eleggere un vescovo

Ogni elezione di un Vescovo, di un Sacerdote, di un Diacono, fatta dai principi secolari è invalida, secondo il Canone: “Se un vescovo con l’appoggio dell’autorità secolare ha ottenuto una Chiesa sia deposto e siano scomunicati tutti quelli che comunicano con lui” (Canoni degli apostoli, 30). Bisogna, infatti, che chi dev’essere promosso all’episcopato, sia eletto da Vescovi, com’è stato stabilito dai santi Padri di Nicea, nel canone: “E’ sommamente conveniente che il Vescovo sia eletto da tutti i Vescovi della provincia; se ciò fosse difficile per una urgente necessità o per le distanze, almeno tre, raccoltisi nello stesso luogo, non senza che i Vescovi assenti abbiano dato il loro parere per iscritto, facciano l’ordinazione. La conferma di quanto è stato compiuto è riservata, in ciascuna provincia, al Metropolita” (Concilio di Nicea, 4).

IV. I vescovi si devono astenere da ogni baratto.

Il banditore della verità, il divino apostolo Paolo, stabilendo quasi una norma per i presbiteri di Efeso, o meglio, per tutto il clero, dice con estrema libertà: io non ho desiderato né l’argento, né l’oro, né la veste di nessuno. Vi ho mostrato in ogni maniera che cosi, lavorando, bisogna aiutare i deboli, stimando più felice il dare (21).

Anche noi, quindi, istruiti da lui, stabiliamo che in nessun modo per turpe lucro un vescovo adducendo scuse ai suoi peccati (22) possa chiedere oro, argento, o altra cosa, ai vescovi, ai chierici, o ai monaci che sono sotto di lui. Dice, infatti, l’apostolo: Gli ingiusti non avranno in sorte il regno di Dio (23) e: I figli non devono accumulare per i genitori, sono piuttosto questi che devono metter da parte per i figli (24).

Se, perciò, qualcuno, volendo denaro o qualsiasi altra cosa, o per innata passione allontanasse o escludesse qualcuno dei suoi chierici dal suo ministero, o chiudesse il tempio venerando, cosi che non potesse più tenersi in esso il divino servizio, spingendo la sua pazzia a cose insensate, poiché si mostra davvero insensato, sarà soggetto a pena analoga, che ricadrà sul sito stesso capo (25) poiché si rende trasgressore di un precetto di Dio e delle prescrizioni apostoliche. Comanda, infatti, anche Pietro, il principale tra gli apostoli: Pascete il gregge di Dio, che è in mezzo a voi, non forzatamente, ma volentieri, conforme alla volontà di Dio, non per volgare desiderio di guadagno, ma con zelo, non come chi vuole signoreggiare il clero, ma trasformandosi in modelli del gregge,e quando apparirà il Pastore dei pastori, riceverete la corona di gloria che non marcisce (26).

V.

Chi schernisce i chierici ordinati senza donativi sia punito.

Il peccato conduce alla morte (27) quando qualcuno, dopo aver peccato, non si corregge. Peggio ancora, se qualcuno si erge arrogantemente contro la pietà e la verità, amando mammona più dell’obbedienza a Dio, e non tenendo in nessun conto i suoi precetti canonici. In loro non abita il Signore Dio (28), a meno che, umiliati per il proprio errore, non si correggano: bisogna, infatti che essi si avvicinino maggiormente a Dio, e con cuore contrito gli chiedano la remissione di questo peccato e la sua indulgenza, piuttosto che vantarsi di donativi illeciti: poiché Dio è vicino a quelli che sono contriti di cuore (29).

Quelli dunque che si gloriano di essere stati ordinati per una chiesa per mezzo del denaro e pongono le loro speranze in questa loro prava consuetudine, che aliena da Dio e da ogni sacerdozio, e che, per di più, impudentemente e sfacciatamente hanno espressioni offensive contro chi per la propria vita virtuosa è stato scelto e costituito (nel sacerdozio) dallo Spirito santo senza denaro; quelli, dunque, che fanno ciò, prima siano posti all’ultimo gradino del loro ordine; se poi insistessero, siano assoggettati alle pene ecclesiastiche.

Se poi nell’ordinazione si venisse a sapere che qualcuno in passato avesse fatto ciò, si agisca secondo il canone apostolico, che dice: “Se un vescovo, un presbitero o un diacono, hanno ottenuto la loro dignità col denaro, siano deposti, loro e chi li ha ordinati, e siano in ogni modo privati della comunione, come Simon mago da me Pietro” (30). Ciò anche conformemente al secondo canone dei nostri santi padri di Calcedonia, che dice: “Se un vescovo facesse una sacra ordinazione per denaro, e riducesse ad una vendita quella grazia che per sua natura non si può vendere, e consacrasse per denaro un vescovo, un corepiscopo, un presbitero, un diacono, o un qualsiasi altro membro del clero; o, sempre per denaro, nominasse un amministratore, o un pubblico difensore, o una guardia, o, insomma, uno qualsiasi del clero, per vile guadagno; chi, dunque, avrà realmente fatto ciò, metterà in serio pericolo il suo posto. Colui poi che è stato consacrato, non dovrà ricavare nessun utile da una consacrazione fatta per commercio e dalla sua promozione; sia considerato, invece, estraneo alla sua dignità e all’ufficio, che ha ottenuto col denaro. Se poi si venga a sapere che qualcuno ha fatto da mediatore in cosi vergognosi e illeciti guadagni, anche costui, se fosse un chierico decada dalla propria dignità, se fosse un laico o monaco, sia scomunicato” (31).

VI.

Che ogni anno si celebri il sinodo locale.

Vi è un canone che dice: “Due volte all’anno bisogna riunire i vescovi di ogni provincia per discutere i problemi” (32). Però per il disagio, o perché i vescovi che devono riunirsi sono sempre in difficoltà quando devono mettersi in cammino, i santi padri del sesto sinodo hanno stabilito che “assolutamente e senza scuse si tenessero almeno una volta all’anno, per riformare ciò che ne ha bisogno” (33). Questo canone lo riconfermiamo anche noi; se poi vi sarà qualche autorità (civile) che intenda impedire ciò, sia privata della comunione; e se un metropolita, senza necessità, né impedimenti, né plausibili motivi, trascurasse di mettere in pratica questa prescrizione, sia assoggettato alle pene canoniche.

Quando poi il Sinodo tratta le questioni riguardanti i sacri canoni e gli Evangeli, i vescovi riuniti devono avere la massima cura di osservare i divini e vivificanti comandamenti di Dio: Nell’osservarli, infatti, è posta una grande ricompensa (34); perché il comandamento è una lucerna, e la legge una luce, e la correzione e la disciplina è la via della vita (35): il comandamento di Dio è luminoso e illumina gli occh (36). Il metropolita non ha il diritto di esigere qualche cosa di quelle che un vescovo avesse portato con sé, sia essa un giumento o altro. Se sarà provato che l’ha fatto, restituirà quattro volte tanto.

VII.

Bisogna completare le nuove chiese, consacrate senza le reliquie dei santi.

Dice il divino apostolo Paolo: I peccati di alcuni uomini si manifestano prima, quelli di altri dopo (37). Quindi ai peccati precedenti, seguiranno altri peccati. Per questo, all’empia eresia dei calunniatori dei cristiani, sono seguite altre empietà. Come infatti hanno tolto dalla chiesa la vista delle venerande immagini, cosi hanno abbandonato anche altre consuetudini, che bisogna ripristinare secondo la legislazione sia scritta, che solo tramandata.

Comandiamo che nelle chiese che sono state consacrate senza le reliquie dei santi martiri, venga fatta la deposizione delle reliquie, naturalmente con la consueta preghiera. Da oggi in poi un vescovo che consacrasse una chiesa senza reliquie, sia deposto per aver trasgredito le tradizioni ecclesiastiche.

VIII.

Non bisogna accogliere gli Ebrei che non si convertono sinceramente.

Poiché quelli che appartengono alla religione ebraica, errando, credono di potersi far beffe di Cristo Dio, fingendo di vivere da cristiani, e invece lo negano, celebrando di nascosto i loro sabati e seguendo altre pratiche giudaiche, disponiamo che costoro non debbano essere ammessi né alla comunione, né alla preghiera, né in chiesa. Siano apertamente Ebrei, secondo la loro religione! Stabiliamo anche che non si devono battezzare i loro figli, e che essi non possono acquistare né possedere servi. Se qualcuno di loro però, si convertirà con fede e con cuore sincero, e crederà con tutto il suo cuore, abbandonando i loro costumi e le loro azioni affinché anche altri possano essere ripresi e corretti, egli e i suoi figli potranno essere accolti, battezzati e aiutati perché si astengano dalle superstizioni ebraiche; altrimenti non siano ammessi.

IX.

Non si nasconda alcun libro dell’eresia che calunnia i cristiani.

Tutti i giuochi da bambini, sciocchi baccanali e falsi scritti, composti contro le sacre immagini, devono essere consegnati all’episcopio di Costantinopoli, perché siano sequestrati con gli altri libri eretici. Se si scoprirà che qualcuno li avrà nascosti, sia deposto, se vescovo, sacerdote o diacono; se laico o monaco, sia anatematizzato.

X.

Un chierico non deve lasciare la propria Parrocchia per un’altra, all’insaputa del vescovo.

Poiché alcuni chierici, eludendo le disposizioni canoniche, lasciano la loro parrocchia e corrono ad altre, specie in questa imperiale città cara a Dio e stanno presso i potenti, officiando le loro cappelle, essi senza il permesso del loro vescovo e di quello di Costantinopoli non devono essere accolti in nessuna casa o chiesa. Se qualcuno farà ciò, qualora perseverasse, sia deposto.

Quelli che col consenso dei suddetti vescovi fanno ciò non possono però occuparsi di affari mondani o secolari, lo proibiscono i sacri canoni. E se qualcuno avesse accettato le funzioni di maggiordomo la smetta o sarà deposto. Molto meglio sarebbe che costui istruisse i fanciulli e i domestici, leggendo loro le sacre Scritture: per questo, infatti, è stato fatto sacerdote.

XI.

Negli episcopi e nei monasteri debbono esservi degli amministratori.

Obbligati ad osservare tutti i sacri canoni, dobbiamo conservare immutato anche quello per cui vi deve essere in ogni chiesa un amministratore. Se, quindi, ogni metropolita costituisce questo economo nella sua chiesa, bene, altrimenti il vescovo di Costantinopoli ha il potere di imporre d’autorità a tale chiesa l’economo. Lo stesso possono fare i metropoliti nei riguardi dei vescovi loro sottoposti. La stessa norma deve essere osservata anche nei monasteri.

XII.

Il vescovo e l’abate non devono alienare i fondi della chiesa.

Se un vescovo o un abate dà una parte dei beni del vescovado o del monastero alle autorità o a qualche altra persona, la donazione è nulla, secondo il canone dei santi apostoli, che dice: “Il vescovo abbia cura di tutti i beni ecclesiastici, e li amministri come se Dio lo vedesse. Non gli è permesso appropriarsene o donare ai propri parenti le cose di Dio. Se essi sono poveri, provveda ad essi come poveri; ma non avvenga che, con la scusa di essi, venda i beni della chiesa” (38).

Se poi adducesse la scusa che la proprietà non dà alcun frutto, neppure in questo caso può darla ai signori temporali, ma solo a dei chierici o a dei contadini. Se poi il signore, con riprovevole astuzia comprasse la proprietà dal contadino o dal chierico, neppure cosi l’acquisto sarà valido e dovrà essere restituito al vescovado o al monastero. Il vescovo o l’abate che hanno operato in questo modo siano cacciati, hanno dissipato, infatti, quanto non avevano raccolto.

XIII.

Sono degni di condanna quelli che riducono i monasteri a comuni abitazioni.

Durante la calamità che ha colpito le nostre chiese a causa dei nostri peccati, alcuni episcopi e monasteri sono stati ridotti a comuni abitazioni di proprietà privata. Se i possessori credono di restituirle, perché siano riportate alla loro destinazione originaria, ottimamente!; in caso contrario, essi appartengono al clero, siano deposti; se sono monaci o laici, siano scomunicati: sono, infatti, già condannati dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito santo; e siano destinati là dove il verme non muore, e il fuoco non si spegne (39), perché si oppongono alla voce del Signore: Non trasformate la casa del Padre mio in un mercato (40).

XIV.

Senza imposizione delle mani non si può leggere dall’ambone nelle liturgie.

L’ordine deve regnare nelle cose sacre e pertanto si osservino con diligenza i vari livelli del sacerdozio.

Dato che alcuni, che fin da bambini hanno ricevuto la tonsura clericale, senza altra ordinazione da parte del vescovo, leggono dall’ambone nelle adunanze liturgiche, contro i sacri canoni, ordiniamo che da questo momento ciò non sia più consentito, neppure ai monaci.

Tuttavia ciascun superiore di un monastero potrà creare un lettore nell’ambito del proprio monastero, se però egli stesso ha ricevuto l’imposizione dal vescovo ed è sicuramente prete. Ugualmente bisogna che i corepiscopi, secondo l’antica consuetudine, promuovano i lettori solo per comando del vescovo.

XV.

Un chierico non dev’essere addetto a due chiese.

D’ora in poi, un chierico non potrà essere addetto a due chiese: ciò, infatti, è proprio di chi desidera far commercio e turpe guadagno, ed è alieno dalle consuetudini ecclesiastiche. Abbiamo ascoltato, infatti, dalla stessa voce del Signore che uno non può servire due padroni,- o odierà uno e amerà l’altro, ovvero sarà favorevole all’uno, disprezzando l’altro (41). Quindi ognuno, conforme alla voce dell’apostolo: in ciò a cui fu chiamato, in questo rimanga (42), deve servire in una sola chiesa: quanto, infatti, nelle cose ecclesiastiche viene fatto per turpe guadagno è alieno da Dio. Per le necessità della vita, vi sono molte occupazioni: da queste, se uno vuole, si procuri ciò che è necessario alla vita. Dice, infatti, l’apostolo: Alle mie necessità e a quelle di coloro che sono con me, hanno provveduto queste mani (43).

Queste disposizioni valgono per questa città, che Dio ha in custodia. Per gli altri luoghi, considerata la penuria di soggetti, si sia più indulgenti.

XVI.

Un sacerdote non deve indossare vesti preziose.

I raffinati ornamenti del corpo sono estranei allo stato sacerdotale, perciò i vescovi e i chierici che si ornano con vesti lussuose e appariscenti, devono smetterla, altrimenti siano puniti. Ugualmente si dica di quelli che usano profumi.

Poiché la radice velenosa (44), lussureggiando ha contaminato la chiesa cattolica – intendiamo l’eresia di quelli che diffamano i cristiani – e quelli che l’hanno fatta propria non solo hanno in abominazione immagini dipinte, ma hanno rinunziato ad ogni segno di riverenza e detestano quelli che vogliono vivere religiosamente e piamente (e si avvera in essi ciò che è scritto: La Pietà à abominazione per il peccatore) (45); dunque, quelli che deridono chi indossa vesti semplici e sacre, siano puniti. Fin dai tempi antichi, i preti usarono vesti modeste e umili, perché tutto ciò che si usa non per necessità, ma per eleganza, non sfugge all’accusa di “frivolezza”, come afferma Basilio Magno (46). Allora non si usava neppure una veste di seta variopinta, né si ornavano i bordi dei vestiti con aggiunte di vario colore, attenti a ciò che Dio stesso aveva detto: quelli che sono vestiti mollemente, stanno nei Palazzi dei re (47).

XVII.

Non deve costruire un oratorio chi non avesse i mezzi Per condurlo a termine.

Alcuni monaci, smaniosi di comandare e senza alcuna voglia di obbedire, lasciano i loro monasteri e cominciano a costruire degli oratori, senza avere i mezzi per condurli a termine. Se qualcuno, quindi, tentasse di fare ciò, gli sia impedito dal vescovo del luogo; se però ha il necessario per terminare la costruzione, gli si lasci fare quanto ha in animo. La stessa norma vale per i laici e i chierici.

XVIII.

Le donne non dimorino negli episcopi o nei monasteri maschili.

Siate irreprensibili, anche con gli estranei, dice il divino apostolo (48). Che le donne dimorino negli episcopi o nei monasteri è causa di scandalo. Se perciò un vescovo o un abate hanno acquistato una serva o una libera per un qualsiasi servizio nell’episcopio o nel monastero, questi sia ripreso. Se persevera, sia deposto. Se poi le donne fossero nelle proprietà di campagna e il vescovo o l’abate volessero recarsi là, in quella circostanza non sia assolutamente permesso ad una donna di compiere il suo servizio presente il vescovo o l’abate, ma se ne stia in luogo appartato, finché se ne siano andati, perché non vi sia nulla da dire.

XIX.

Che le professioni dei sacerdoti, Monaci e monache debbano farsi senza doni.

Taluni rettori di chiese, anche alcuni che sono ritenuti pii, uomini e donne, dimenticando i comandamenti di Dio sono accecati dall’avidità al punto da ammettere sia al sacerdozio che allo stato di monaco per denaro. E quelli che hanno male incominciato, proseguono peggio, secondo l’espressione di Basilio Magno (49). Non si può servire Dio, infatti, per mezzo di mammona (50). Perciò se un vescovo o un abate o qualsiasi altro del ceto sacerdotale agsce cosi o cessi o sia deposto, in conformità del canone secondo del sacro concilio di Calcedonia. In caso poi che si tratti di una badessa sia cacciata dal monastero e sia relegata in un altro monastero, sottoposta ad altri. Cosi vengano trattati anche gli abati, che non sono sacerdoti.

Per ciò che i genitori danno come dote ai figli che entrano in monastero o per quanto essi portano, dichiarando di consacrarlo a Dio, stabiliamo che tali beni restino nel monastero, secondo la promessa fatta, sia che essi rimangano sia che se ne vadano, a meno che non vi sia colpa del superiore del monastero.

XX.

Non devono Più costituirsi monasteri doppi.

Stabiliamo che d’ora in poi non possano più fondarsi monasteri misti; ciò, infatti, si risolve per molti in scandalo e disorientamento. Se vi sono dei congiunti che intendono rinunziare insieme al mondo per la vita monastica, gli uomini devono andare in un monastero maschile, le donne in uno femminile, perché cosi piace a Dio.

I monasteri per uomini e donne esistenti, si attengano fedelmente alla regola del nostro santo padre Basilio (51), e si conformino alle sue disposizioni. Non vivano in uno stesso monastero monaci e monache, perché l’adulterio suole accompagnare la coabitazione. Il monaco e la monaca non abbiano possibilità parlarsi a tu per tu. Un monaco non dorma presso il monastero delle monache, e non si trattenga a mangiare da solo con una monaca. E quando da parte maschile devono esser fatti pervenire alle monache i generi necessari alla vita, questi siano presi in consegna dalla badessa del monastero delle donne fuori della porta, alla presenza di una monaca anziana. Anche nel caso che un monaco volesse vedere una sua parente, parli con lei alla presenza della badessa, con poche e brevi parole, e subito si ritiri.

XXI.

I monaci non devono lasciare i propri monasteri per recarsi in altri.

Un monaco o una monaca non devono lasciare il proprio monastero per recarsi in un altro. Se ciò avvenisse si deve ospitarli, ma non accoglierli stabilmente, senza il consenso del loro superiore.

XXII.

I monaci, se mangiano con donne, lo facciano con riconoscenza (a Dio), con moderatione e con cautela.

E’ gran cosa offrire tutto a Dio e non servire ai propri desideri. Sia, infatti, che mangiate, sia che beviate, dice il divino apostolo, fate ogni cosa a gloria di Dio (52). Cristo, nostro Dio, ci ha comandato nei suoi Evangeli di recidere gli inizi dei peccati: non solo ha proibito l’adulterio, ma ha condannato anche il moto del pensiero che tende all’adulterio. Dice, infatti, il Signore: Chi guarda una donna desiderandola, nel suo cuore ha già commesso adulterio con essa (53).

Ammaestrati da ciò, dobbiamo purificare i nostri pensieri: poiché se tutto è lecito, non tutto però è conveniente (54), come insegna la voce dell’Apostolo. E’ necessario, che ognuno mangi per vivere. Quelli che vivono nel matrimonio, hanno figli, e sono laici vivono insieme tra uomini e donne senza dare adito a critiche. Basta che ringrazino chi dà loro il cibo e non con spettacoli teatrali, con canti satanici, con chitarre e movimenti flessuosi delle membra degni di meretrici; questi saranno colpiti dalla maledizione del profeta: Guai a quelli che bevono il vino con suoni e canti, e non badano alle opere del Signore, né comprendono le opere delle sue mani (55). Se tra i cristiani vi è chi si comporta cosi, si corregga, altrimenti siano applicate loro le norme tradizionali.

Quelli, invece, che conducono una vita modesta e solitaria, perché hanno promesso al Signore di prendere su di sé un giogo singolare, questi se ne stiano fermi e in silenzio (56). Ma neppure a coloro che hanno scelto la vita ecclesiastica, è assolutamente lecito mangiare da soli con le donne; a meno che non sia presente qualcuno, pio e timorato di Dio, o qualche donna, di modo che lo stesso mangiare giovi al progresso spirituale. Identica norma si osservi con i parenti. Se però capita che in viaggio un monaco o un chierico non abbiano portato il necessario e, quindi deve alloggiare in un albergo o in casa di qualcuno, costui è libero di farlo, perché spinto dalla necessità.